Cerva, provincia di Catanzaro, Calabria. Un piccolo paesino sorge ai piedi del promontorio Silano. Natura, tranquillità, paesaggio faunistico e una squadra di calcio. Sono questi gli elementi primari che coccolano la vita dei circa 1000 abitanti cervesi. Annoiati da una vita piatta e povera di novità, trovano il loro sfogo comune nella fede calcistica. Una passione a tinte nero-verdi, simile al Sassuolo nel simbolo e nelle maglie ufficiali, rende la vita quotidiana meno pesante e distruttiva. Il calcio, da queste parti, si vive 365 giorni l’anno. Nelle chiacchiere giornaliere, nelle tute societarie indossate fedelmente e nel cammino comune da intraprendere ogni maledetta stagione. Quello della Seconda Categoria, nei casi migliori, e della più infima Terza Categoria, negli anni più bui. In 36 anni di onorata storia, infatti, l’Us Cerva non ha mai raggiunto la Prima Categoria. Un traguardo che per molti sembrerà scadente e obsoleto, ma che qui si sogna di raggiungere nelle notti più romantiche. Tutto comincia in estate. Le voci insistenti di mercato accompagnano la nuova squadra al primo ostacolo stagionale: la preparazione atletica. Chilometri e chilometri da sudare in mezzo alla natura, sulle faticose salite della catena montuosa Presilana. Sofferenza e istinti suicidi i primi giorni. Sollievo e freschezza per i polpacci alla fine dell’annata percorsa. Usciti dalle trincee, i campioni troveranno il loro confort negli spogliatoi. Docce fatiscenti, dove l’acqua calda e scorrevole è fuoriuscita per l’ultima volta nel lontano 1989, accolgono i propri atleti in maniera sentimentale. I cessi, lugubri e sporchi, sono invidiati persino da Mark Renton e dall’Autogrill di Roncobilaccio. I preparativi per la nuova stagione sono dunque al termine. Incomincia il tortuoso cammino in campionato. Tutte le domeniche, un calciatore dell’Us Cerva sa che dovrà correre più di un leone per fuggire dalle sassate accoglienti delle trasferte fuori grotta. Tutte le domeniche, un calciatore dell’Us Cerva sa che dovrà essere scaltro come una gazzella per far cadere, nella trappola architettata della rissa senza pretesti, l’atleta più forte della squadra avversaria. Nei campionati di bassa categoria calabrese, non conta che tu sia Messi o Cristiano Ronaldo, l’importante è che a fine partita tu riesca ancora a respirare, per il sollievo dei tuoi tifosi. Concittadini che incitano a gran voce i loro beniamini; l’attaccante “estero” arrivato nel mercato estivo e pronto a realizzare 30/40 gol in una sola stagione. Il capitano storico della squadra, giunto alla dodicesima stagione con gli stessi colori indosso. E infine, l’allenatore dell’armata neroverde chiamato solamente per soprannome. Già, perché qui tutti hanno un nomignolo derivante, il più delle volte, dai propri genitori. Sul cammino verso il Paradiso affronteranno insieme numerose difficoltà; il gelo, la neve e le raffiche di vento che rischiano di rinviare il turno settimanale. Gli acciacchi fisici che ne concernono durante gli allenamenti. I duri scontri a distanza con le rivali in testa alla classifica. Un lungo inverno da trascorrere, per arrivare a inizio primavera con una solida speranza: quel sogno chiamato Prima Categoria. Se si è forti, tenaci e anche un po’ fortunati, si arriva alla fine di aprile in un’ottima zona play off. La promozione diretta, infatti, è un miraggio da ammirare senza poterlo mai toccare. In paese, c’è chi è pronto a far festa in una sfilata di macchine più folcloristica del Carnevale di Rio. C’è chi gufa sottotraccia, perché fa parte della altra squadra cittadina. Si avete capito bene. Un paese di 1000 abitanti possiede due società di calcio. Cose da pazzi. Eppure qui, la pazzia è simbolo di normalità. La probabilità di gettare al vento un’intera stagione innescando una mega rissa al 8′ minuto, dopo essere andati in svantaggio nell’ultima partita dei play off, è una variante facilmente realizzabile. Tutto è possibile. Saranno gli ultimi 90 minuti in campo a scrivere le nuove pagine calcistiche da raccontare ai propri successori. Non dormiranno, in qualsiasi caso, la notte precedente e quella successiva. Non arriveranno in nessun modo nel calcio che conta. Non sapranno parlar di altro per i restanti giorni dell’anno. Perché non c’è nulla di più bello che vivere un campionato di Seconda Categoria Calabrese come fosse la Serie A. L’amore che lega le persone al calcio, per senso di appartenenza, è il più sincero che possa esistere. Litigheranno, sempre e comunque, per i rigori assegnati alla Juventus, per le sconfitte oscene del Milan o il ritmo altalenante dell’Inter. Eppure si ricongiungeranno sempre sotto lo stesso tetto. Quello del proprio paese, della propria squadra e dell’obiettivo comune da raggiungere. Portare in alto, con fierezza e onore, il simbolo e i colori della loro città. Lo faranno ogni stagione per il resto dei propri anni, con o senza promozioni storiche. Il calcio, nella seconda categoria calabrese, è una bombola di ossigeno per abbattere l’apatia della vita quotidiana.
Uff. stampa
US Cerva
